La Desistenza Terapeutica - Oncologia: da acuzie a cronicità

L'ANALISI
Scopo di questo articolo
è di analizzare la cosiddetta
“desistenza terapeutica"
in oncologia, sotto gli aspetti clinici,
etici e medico legali e valutare
quanto sia realizzabile
nella pratica quotidiana.
Di:
Alessandro Comandone*# - Tiziana Comandone° - Fabio Gaspari*
*SC Oncologia ASL città di Torino
°Farmacia Ospedaliera Ospedale Mauriziano
#Rete oncologica Piemonte e Valle d’Aosta
In oncologia, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio, si sono moltiplicati i mezzi terapeutici in campo farmacologico, radioterapico e chirurgico che più che guarire la malattia tumorale soprattutto in fase metastatica, ne rallentano l’evoluzione, venendo a determinare una sua cronicizzazione. (Numeri del cancro) È un traguardo che si è raggiunto non solo in oncologia, ma anche nelle malattie del metabolismo quale il diabete, in nefrologia nell’insufficienza renale cronica, in pneumologia nella insufficienza respiratoria cronica, in cardiologia nella malattia coronarica e nello scompenso.
Il risultato dei nuovi trattamenti non è tanto guarire un processo patologico potenzialmente mortale, ma correggerne gli effetti, prevenendo la rapida degenerazione ed esaurimento delle funzioni organiche e di conseguenza prolungare il tempo di sopravvivenza. (Crawford ESMO)
La cronicizzazione di una malattia è sicuramente un risultato positivo dal punto di vista epidemiologico, aumentando il tempo di sopravvivenza, ma apre a nuove conseguenze a cui la società e l’organizzazione sanitaria non sembrano ancora preparate.
Aumentano infatti: il numero di cittadini bisognosi di cure, la pressione sui sistemi sanitari, i costi dei trattamenti, la necessità di assistenza continua, la popolazione delle persone invalide o inabili, i costi per la previdenza sociale. (Crawford ESMO - Stone ESMO)

Ma soprattutto da un punto di vista etico si pone un quesito sempre più impellente: per quanto tempo il trattamento che determina questo rallentamento della malattia vada proseguito e se ci sia un tempo preciso per interrompere o depotenziare le cure. Il termine desistenza significa rinuncia, cessazione e il verbo desistere significa ritirarsi da un’attività, da una iniziativa, da un’impresa. (Treccani Enciclopedia) Il termine desistenza terapeutica implica dunque la volontà di portare gradualmente ad una interruzione dei trattamenti attivi e di porre in alternativa delle terapie per il solo controllo dei sintomi.
Secondo la Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (2021) “La desistenza terapeutica implica l’interrompere o il non iniziare un trattamento, rifiutando la motivazione di una assistenza terapeutica tesa ad inseguire ogni minima e temporanea possibilità terapeutica, gravando sui pazienti con oneri eccessivi e a fronte delle scarsità di benefici conseguibili”. (Soc. It. Geriatria - La desistenza terapeutica - Petrini - 61° Congresso Nazionale) La desistenza terapeutica non è da equivocare con l’eutanasia, ma è la decisione di astenersi da trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si attende un beneficio per la salute del malato e/o un prolungamento significativo della sopravvivenza, rispettando la qualità di vita (Codice deontologico 2014 articolo 16)
La rivoluzione biomedica iniziata con le scoperte della ricerca di base, si è concretizzata con la ricerca traslazionale ed è divenuta realtà con i progressi in clinica consentendo di modificare la storia naturale di molte malattie cambiandone almeno in parte la prognosi.
Queste maggiori capacità di intervento hanno offerto innegabili vantaggi ma nel contempo hanno aperto enormi problemi di governo clinico ed etici.
Trattare della desistenza terapeutica è fondamentale in un rapporto nuovo tra medico e paziente che supera il concetto paternalistico di beneficio e di non maleficio e si inserisce in un patto nelle cure che non può prescindere dalla volontà decisionale del paziente. (Furlan, Spinsanti)
Nel percorso di malattia dunque noi non includiamo solo la perdita di salute per la presenza di una patologia che va diagnosticata, curata e, se possibile, guarita, ma va tenuta in conto la personalità del paziente e la frattura esistenziale che avviene in lui con il sopraggiungere di una malattia. (Furlan)
La riflessione di questi ultimi decenni non può elidere i quesiti fondamentali sulla utilità delle cure, sul modo talora diverso di percepire i trattamenti da parte del malato, dal medico e dei familiari.La desistenza terapeutica, proprio per il possibile diverso sentire etico e pratico a livello di società, si riveste di un significato mutevole che dipende dalla singolarità del soggetto malato, ma non può peraltro ignorare delle regole biologiche, cliniche ed etiche che guidano l'operato del medico in senso universalistico.
Per definizione, specialmente in alcune branche della medicina, la desistenza terapeutica si connota in modo drammatico in modo particolare nel fine vita. Gli episodi più eclatanti e maggiormente percepiti e discussi dall’opinione pubblica riguardano l’interruzione delle cure nel paziente ridotto in fin di vita da un evento acuto quale un coma per un evento traumatico o dal precipitare degli eventi in una malattia acuta. Ma se la prima situazione è caratterizzata e dominata dall’episodio acuto a seguito di incidente stradale, intossicazione da farmaci o droghe, ictus o emorragia cerebrale, in cui vi è la speranza che, superato l’evento, si possa tornare ad una vita normale, nel caso di degenerazione di una malattia cronica (cardiopatia, diabete, nefropatia, tumori, malattie neurodegenerative) la prosecuzione delle cure ad oltranza non può che far sperare in un ritorno alle condizioni di partenza dove la massima aspettativa non va oltre un prolungamento relativo dell’esistenza. (Desistenza terapeutica in Terapia Intensiva - Niguarda)





















