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4 Maggio è per sempre

Dronero 

IL QUADRETTO 

Di: Gianni Romeo
  
Il ricordo personale
di un ragazzino
di 9 anni
sulla tragedia
di Superga

 

È il 4 maggio del 1949, un mese speciale per me, aspetto con una certa impazienza il 18, sto per compiere 9 anni e non so spiegarmi quel velo d’ansia che mi corre sulla pelle.
È un giorno come tanti altri, un mercoledì che avvolge Dronero nella pioggia.
Vai in piazza ad aspettare la corriera mi dice mamma, per noi è la Mimma, fra poco papà arriva da Cuneo, prendi l’ombrello. Eccolo che scende dal bus reggendo il suo logoro borsone da avvocato con il sorriso aperto che è sempre pronto per me. Mi prende per mano, risaliamo il centro del paese, lo slargo con l’antico Foro Frumentario merita sempre uno sguardo, non c’è anima viva a passeggio, quando si apre d’impeto la porta del negozio di alimentari e ne esce il gestore, Giovanni.Gazzetta Lutto
- Avucat, avucat - grida come un ossesso facendo segnali a papà, l’unica persona che in quel momento si trova a tiro. Ci avviciniamo con cautela, che succede? sospira papà - Sun mort, sun mort tuti, la squadra del nost Turin a ie pi nen. -
Come, quando, perché? Poco per volta da quell’uomo cominciano a uscire parole più comprensibili, la frenesia che sembra quasi follia prende senso. La radio, l’ha dilu la radio.
E con la voce rotta dall’emozione spiega che qualche minuto fa i programmi erano stati interrotti per dare un annuncio importante. L’apocalisse. L’aereo in arrivo da Lisbona è diventato cieco sui cieli tempestosi di Torino, si è schiantato alla base della basilica di Superga, cinque minuti prima dell’atterraggio.
Cinque minuti. Amen. Cinque minuti un corno, non possiamo crederci, forse Giovanni è impazzito, forse ha bevuto troppo, no? Resti AereoAffrettiamo il passo verso casa e papà, prudente, ragiona. Per quel poco che i giornali dedicano allo sport in quei primi anni di pace dopo tanta sofferenza, in effetti avevamo letto che il Torino aveva accettato un invito del famoso club di Lisbona, il Benfica, per giocare una partita amichevole organizzata per festeggiare Francisco Ferreira, bandiera del Benfica e della Nazionale portoghese.
Potrebbe essere, potrebbe proprio essere, brontola papà fra sé e sé stringendomi sempre più forte la piccola mano. Papà non è granché appassionato di sport, ma a 19 anni alpino sciatore, poi sottotenente, la chiamata al Fronte della Grande Guerra, sul Carso una bomba gli aveva risparmiato la vita ma non l’occhio sinistro e il ritorno a casa con la medaglia d’argento gli aveva lasciato un segno per sempre. Ma almeno la possibilità di laurearsi e di avere due figli dalla sua cara Bice. Anni dopo sarebbe arrivato il terzo.
Si parlava spesso di sportIl Grande Torino fra di noi, soprattutto del Toro, lo squadrone invincibile, quattro volte di seguito campioni d’Italia, e l’orgoglio della Nazionale che per dieci undicesimi dava il colore azzurro ai granata, Mazzola e Maroso e Ossola e tutti erano i nuovi eroi che davano ossigeno e speranze di gioia ai giovani. Giunti a casa quella sera poche parole, la Mimma lì per lì non capisce, poi più sveglia di tutti in un’epoca senza televisione, con la radio piuttosto reticente, si affida al telefono e chiama a Torino suo cugino Renzo che sa sempre tutto. Torna in cucina pallida, non c’è bisogno di conferme. I volti, le parole i silenzi sono scolpiti nella mia memoria. Come le lacrime, per la prima volta ho visto mio papà piangere.
 
Funerali Piazza CastelloE qualche giorno dopo, ai funerali, era un milione di persone a piangere. Tifosi del Toro o della Juve, vecchi e giovani, donne di ogni età, erano tutti fratelli e sorelle a dare l’ultimo saluto agli Invincibili.
 
Sono passati 77 anni.
Il 4 maggio del 1949 resta una pietra scolpita nel mio cuore.
 

 

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