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Un calcio nel sedere... al Calcio italiano

Disperazione

 
LA DISPERAZIONE
 
E adesso?
Il solito karaoke
(sino al primo rigore dubbio).
 
Ogni volta
che l’Italia del calcio
viene eliminata
prima che il Mondiale cominci,
scatta - automatico e implacabile -
il processo ai processi.
 
 
Di: Roberto Beccantini
 
Ogni volta che l’Italia del calcio viene eliminata prima che il Mondiale cominci, e sono già quattro (1958, 2018, 2022, 2026), tre delle quali consecutive, scatta - automatico e implacabile - il processo ai processi le cui sentenze, evidentemente, non hanno prodotto gli effetti sperati, le riabilitazioni agognate, i riscatti delirati.
Per Leo Longanesi, «gli italiani sono buoni a nulla ma capaci di tutto». Non tutti, forse. Ma molti. Come, per esempio, Gabriele Gravina, coniugato «Slavina». PresidenteGravina della Federazione Giuoco Calcio dall’ottobre del 2018 al 2 aprile 2026, campione d’Europa nel 2021 e bocciatissimo da Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina. Si è dimesso. O meglio: ha capito che avrebbe dovuto farlo. Meglio ancora: l’hanno costretto a farlo. A 72 anni, ha pagato la doppia fregatura del campo - lui che, almeno su questo versante, aveva un alibi di ferro: era in tribuna - per acclarata e reiterata immobilità.
Di sicuro, non l’ha aiutato (anzi!) la gaffe su Arianna Fontana «sciatrice» e sugli sport «dilettantistici» (?), sintesi di una cultura così crassa da rilanciare l’esigenza di un ghost-writer: di uno scrittore-fantasma, cioè, che suggerisca le orazioni ai boss di turno. Lo aveva John Fitzgerald Kennedy, perché non dovrebbe averlo (avuto) Gravina? Con lui, via Gigi Buffon e via Rino Gattuso. Piazza pulita.
La «dipartita» di Gravina non è la soluzione dei problemi. È un atto. È un passo. Adesso il popolo re è nudo: non ha più alibi. E occhio: «Slavina» non è nostro padre; è nostro figlio. Lo elessero con maggioranza bulgara e i giornalisti - salvo rare e valorose eccezioni - lo hanno sopportato, se non addirittura supportato, sino ai rigori di martedì 31 marzo. Ci fosse andata bene, sarebbe ancora lì.
Del Piero   Roberto BaggioIl 22 giugno sceglieranno il nuovo Capo. Si parla di Giancarlo Abete (repetita non iuvant) o di Giovanni Malagò (Roma caput salotti). Con Franco Carraro in versione «safety-car». Titilla l’idea di un Paolo Maldini, di un Roberto Baggio, di un Alessandro Del Piero. E, dal garage dell’archivio, borbotta il carro attrezzi di Demetrio Albertini. D’accordo: ma a che titolo? Con che potere? Siamo sempre lì. A un ventennio fa. Al karaoke della serie A con 18 squadre, del professionismo arbitrale, degli stadi di proprietà, dei contributi ai vivai, del tetto all’invasione straniera. Copia e incolla.
 
L’italiano è virtuoso nelle analisi post-ventive e vizioso nelle diagnosi pre-ventive. La politica ronza attorno a via Allegri (Allegri?) con la voluttà della zanzara che si appresta a scegliere il quartiere di carne da bombardare, se un braccio o un polpaccio. Destra o sinistra, «purché se magna». Mi piacerebbe che la «cantera» tornasse ai dribbling di
Bambini giocano a palla strada cari a Johan Cruijff. Che si tarassero i bambini per come dribblano e non per la stazza che ostentano. La qualità rimane - o dovrebbe rimanere - la bussola. Non mi illudo. E credo che il nodo del commissario tecnico sia l’ultimo dei grattacapi. Con il ballottaggio Totti-Del Piero, Marcello Lippi vinse il Mondiale di Berlino, nel 2006. Senza, quattro anni dopo in Sudafrica, uscì subito. Girano i ciuffi di Antonio Conte e Roberto Mancini. Sì, persino del Mancio: che, «rotto» da Gravina e sedotto dai forzieri arabi, ci lasciò in mezzo a una strada. Per Gianni Rivera, un «traditore»: e, quindi, mai più. Conte, da Napoli, si è auto-candidato. Siamo il Il Miracolo di Castel di SangroPaese del «ritornismo» che si attorciglia su sé stesso. Tifiamo per i giovani, ma i giovani non li facciamo giocare. Tre k.o. di fila non sono più un episodio: sono una tendenza. Un anti-furto che abbiamo lasciato ululare alla luna della nostra superbia, della nostra pigrizia. I miracoli non sono di questo mondo, o di questi Mondiali. A proposito: a leggere il libro inchiesta di Joe McGinnis, giornalista e scrittore Usa, non lo fu nemmeno la saga del Castel di Sangro, il piccolo club di un piccolo avamposto abruzzese, che, sotto Gravina, salì fino alla serie cadetta.
Quotidiani, televisioni e web grondano di inviti, minacce, proposte, gossip. Tra i corridoi, nel frattempo, si trama. L’usato sicuro esercita un fascino superiore allo charme di Brigitte Bardot in «Et Dieu... créa la femme». Sposiamo le regole e andiamo a letto con le eccezioni: non sarà complicatoLeo Longanesi trovarne un altro. Ho letto che, come minimo, ci vorranno dieci anni per rimettere il Pallone al centro del villaggio. Se, sul fronte nazionale, siamo alla ri-edizione arpiniana di «Azzurro tenebra», che dire delle nostre di Champions? Napoli fuori già a gennaio; Inter e Juventus nei playoff; Atalanta negli ottavi. E qui gli stranieri c’erano, ci sono.
Ci stiamo abituando a tutto: dunque, filosoficamente, anche a niente. Abbiamo bisogno di deus ex machina. In area e in ufficio.
 
Avendo iniziato da Longanesi, con Longanesi chiudo:
«Gli italiani alla manutenzione preferiscono l’inaugurazione».
E al prossimo rigore dubbio, te la do io la Nazionale.
 

 

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