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Dall'Ottobre del 2022 GITR è
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L'acronimo O.D.V. sostituisce la sigla O.N.L.U.S. precedente 

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Segni di civiltà. L'importanza delle parole.

F. Garetto
  
 
 
LA PROVA 
 
 
La dura prova della malattia,
la paura di morire...
e i rapporti
che fanno la differenza.
  
 
 
 
 
 
 
Di: Ferdinando Garetto
 
   
Fonte:
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«Falsificare il nome delle cose significa aumentare l’infelicità del mondo». Lo dice, citando una frase attribuita a Camus, Jean Leonetti, medico francese artefice della più importante legge sul fine vita promulgata ormai più di dieci anni fa in Francia, commentando alcune forzature da lui osservate nel recente dibattito legislativo francese sull’argomento.
Mani StretteFa riferimento in particolare alla ricerca di eufemismi che servirebbero ad addolcire il termine “suicidio”, sostituendolo con “morte assistita”, come se questo fosse sufficiente a rendere meno drammatica e interrogante la sofferenza che c’è alla base della domanda di poter morire. Come se la parola “suicidio” fosse una parola di cui vergognarsi e non un gesto estremo meritevole di silenzio, rispetto, profonda compassione che da sempre interroga il pensiero umano. Ma innanzitutto, qual è la domanda autentica?
 
Una storia…
Che cosa sono quaranta giorni nella vita di un uomo?
Antonio (nome di fantasia), 81 anni. Viene ricoverato in hospice, direttamente dal Pronto Soccorso di un ospedale torinese, al termine di un faticoso percorso oncologico di cancro al polmone metastatico.
All’ingresso appare taciturno, poco propenso al dialogo. Riferisce dolore non controllato da giorni e frequenti crisi respiratorie. Alla domanda sulla eventuale rete famigliare risponde di avere un figlio… che per lui “è morto da 25 anni”.
Emerge una rottura di rapporti apparentemente insanabile.
 
Nei giorni successivi le crisi respiratorie e di dolore aumentano, così come la chiusura al supporto e alle proposte di terapia. Occasionalmente accetta la somministrazione di morfina, che un po’ per il dolore e per la dispnea funzionano, ma non come ci si potrebbe attendere. Piange e dice che chiederebbe di «farla finita», se non avesse «paura».
Dopo una settimana affrontiamo “il tema”. Prendendo coraggio gli chiediamo: «Forse il suo dolore è la lontananza del figlio?». Piange. Si chiude ancora di più, sembra in modo definitivo, ma poi… la vita ci sorprende.
 
Il mattino dopo giunge in hospice il figlio. Il papà lo ha fatto chiamare. Non sapeva nulla della malattia. A fatica riesce a comprendere che cos’è un hospice. Quel dialogoPadre e figlio che osserviamo con riservatezza e rispetto, con la porta della stanza socchiusa, è il racconto di una vita.
 
Temevamo l’impatto emotivo o una rottura definitiva: è una rinascita. Da quel momento non è mai solo. Lunghi racconti, le visite quotidiane. Nelle settimane successive è sereno, persino gioioso. Non c’è più necessità di morfina. Partecipa al pranzo di Pasqua a casa del figlio, con un permesso di uscita che si ripeterà in alcune giornate successive. Nelle lunghe ore sul terrazzo dell’hospice nella tiepida primavera si lega ad altri ricoverati.
 
Poi la malattia fa il suo corso, spesso vediamo lacrime di commozione, in lui e in tutti i suoi cari. Pochi giorni prima di morire ci dice: «Qui la mia vita ha ritrovato senso. Mi resta solo una profonda gioia. E per la prima volta non ho più il terrore di morire soffrendo, che mi ha sempre accompagnato. Perché so che in quel momento ci sarete voi». E così sarà anche l’ultimo passaggio, avvenuto in sedazione palliativa, con suo figlio accanto. Mantenendo una promessa.
 
Che cosa sono quaranta giorni nella vita di un uomo? Sarebbe stato indifferente, o più degno, se in presenza di una legge che lo avesse consentito, i giorni fossero stati accorciati in quella grande sofferenza iniziale in cui apparentemente c’erano tutti i motivi per “farla finita”?
 

 

2024 - Eventi Annuali GRUPPO ITALIANO TUMORI RARI - O.D.V.

2025 Locandina GITR 2024 b R

 
 L'ALBERO 
 
Ogni anno ci attendono
nuove sfide, nuovi interventi,
modi nuovi per aiutare.
 
Ogni anno
guardiamo avanti
per crescere,
ma anche ci voltiamo
per vedere che cosa
siamo riusciti a fare.
 
Quello che vediamo
è un albero,
per crescere
ha bisogno di cure,
di tempo,
dell'amore di tutti.
 
 
...e l'albero continua a crescere...
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Nel 2024 il Vostro Aiuto ci ha Permesso di Realizzare:

1 Borsa di Studio per Data Manager presso il San Giovanni Bosco per la condizione degli Studi Clinici

12 Studi Clinici Policentrici in atto

1 Borsa di Studio per il Supporto Psicologico dei Pazienti in cura presso il San Giovanni Bosco

1 Borsa di Studio per una Psico oncologa dedicata ai Pazienti con Tumori Rari presso il San Giovanni Bosco

1 Borsa di Studio alla Psicologa della Lega Italiana contro i Tumori per continuare il progetto di formazione per i Caregiver dei Pazienti Oncologici assistiti a domicilio a Torino

8 Pubblicazioni su tematiche di diagnosi, terapia di Tumori Rari e psicooncologia. L’articolo pubblicato su Psyco Oncology (USA) ha ricevuto menzione specifica come articolo più consultato dai Lettori nel 2024

3 Presentazioni al Congresso Nazionale AIOM Sessione Infermieri, menzionati dal Direttivo per l’alto valore assistenziale

1 Presentazione Orale al Congresso Nazionale di Cure Palliative (SICP)

1 Presentazione Orale al Congresso Nazionale di Onconephrology (Cagliari Ottobre 2024)

     ONCONEPHROLOGY 25Caregiver Ed25Colon RettoSicp 24

2 Presentazioni Orali al Congresso Nazionale di Psicologia Oncologica

7 Pubblicazioni Divulgative sui Tumori Rari e lo stato della ricerca in questo campo

5 Conferenze alla popolazione sulla terapia dei Tumori Rari e sul progetto Caregiver

Organizzazione di 1 Congresso sui Tumori del Colon Retto tenutosi al San Giovanni Bosco. Organizzatore Dr. Oliva

Organizzazione di 1 Congresso sui Tumori dell’Endometrio tenutosi al San Giovanni Bosco. Organizzatrice Dr.ssa Bergnolo

Partecipazione e Supporto Finanziario al Congresso Nazionale di Storia della Medicina (Torino Maggio 2024) e Relazione sulla nascita della Radioterapia a Torino ad inizio del ‘900

Attivazione del Corso interno ASL Città di Torino per Medici ed Infermieri sulle tossicità delle nuove terapie Oncologiche. Invitati e coinvolti Operatori Sanitari del Dipartimento di Medicina e Pronto Soccorso

Aggiornamento del Portale GITR con articoli, rubriche, notizie dal mondo scientifico relativo ai Tumori Rari.

Anche nel 2025 Aiutateci
a Sostenere i Pazienti, a Fare Ricerca, a Diffondere la Cultura 
e a Formare Operatori Sanitari
nel Campo Specifico dei Tumori Rari.
 

Il mezzo secolo di "Amici miei"


Locandina Amici miei
 
 
LA CARTOLINA
 
Di: Augusto Frasca
 
Si dice,
ed è vero,
che per i capolavori
le stagioni non pesino
e non passino.
 
E quel film
fu e resta
un capolavoro.
 
 
 
Cinquanta anni. Esatti. Amici miei uscì nelle sale cinematografiche il giorno di Ferragosto del 1975. Si dice, ed è vero, che per i capolavori le stagioni non pesino e non passino. E quel film fu e resta un capolavoro.
Quanti avranno modo o fortuna d’imbattersi nuovamente nella pellicola, o per una visione inedita, troveranno sugli schermi un prodotto d’eccezionale freschezza. Merito degli sceneggiatori, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli, del regista, Mario Monicelli, maestro tra gli indiscussi della cosiddetta commedia all’italiana, e soprattutto di un’idea nata dall’eclettismo e dalla fantasia di Pietro Germi.Blier Noiret Tognazzi   1975
Per un debito morale, e per rispetto storico, il film venne dedicato al suo ideatore, scomparso, appena sessantenne, alla vigilia delle prime riprese dopo aver lasciato alla storia del cinema pellicole indimenticabili quali Il ferroviere, Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, Signore e signori. Gli interpreti, di prima scelta, tutti beniamini del cinema italiano e non solo: Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, con l’aggiunta di Philippe Noiret, Bernard Blier, nelle vesti, a seguire, di un nobile squattrinato, di un architetto innamorato, di un commerciante, di un primario clinico, di un giornalista e di un pensionato.
 
La presenza nella pellicola di due tra i più affermanti attori francesi ne garantì il successo anche oltr’Alpe. L’ambientazione iniziale era stata prevista a Bologna, ma Monicelli preferì traferirla in Toscana, a Firenze e in località circostanti, ritenendo lo spirito locale, disincantato o dissacrante secondo tempi e situazioni, più adatto all’ironia e al sarcasmo che animano i personaggi del film.
 
LGli amicia storia è semplice: quattro amici attempati, cui si aggiungerà ben presto un quinto, uniti dalla voglia di ignorare età, intralci familiari e regole sociali, preferendo abbandonarsi all’estro personale e alla burla, talora cattiva, nei confronti del prossimo, con un susseguirsi di trovate comiche sorrette dall’intelligenza del testo, dalla qualità degli interpreti e, talora marcata, da una forte vena malinconica.
 
Molte trovate della pellicola sono entrate nel gergo comune. Alcune, come la ‘supercazzola brematurata’  pronunziata da un inarrestabile Tognazzi, finanche nei dizionari!  
 
 
 

 

Il ruolo della terapia ossea durante il trattamento con inibitori...

 
Logo Therapeutic Advances
LA RICERCA
 
The role of bone radiotherapy
during immune checkpoint
inhibitors treatment
of non-small-cell lung cancer:
a single-institution
experience
  
Di:
Ivan Facilissimo, Guido Natoli,
Fabio Gaspari, Tiziana Comandone,
Diego Bongiovanni, Paola Gollini,
Claudia Provenza, Alessandro Comandone
 
 
 
ABSTRACT
 
Background: Immune checkpoint inhibitors (ICIs) represent a keystone of cancer treatment, including non-small-cell lung cancer (NSCLC). Unfortunately, the efficacy of ICIs remains poor in patients with bone metastases from NSCLC. Recently, several case reports have suggested the clinical benefit of radiotherapy in advanced NSCLC patients. However, whether this positive effect is applicable during ICI treatment of NSCLC involving bones remains to be established.
Methods: We retrospectively reviewed the records of patients with bone metastases who received ICIs as monotherapy (anti-PD1 or anti-programmed death-ligand 1) as well as in combination with platinum-based-chemotherapy (carboplatin or cisplatin). We next analyzed the presence or the absence of radiotherapy targeting bone metastases (RT) among these patients during immunotherapy.
Results: A total of 40 patients were included in this study; among them, 10 (25%) received palliative RT for symptomatic bone metastases during cancer immunotherapy treatment with ICIs (RT group); the remaining 30 (75%) patients did not receive bone irradiation (Non-RT group). We observed that the RT group had a significantly longer overall survival (OS) than the Non-RT group, with a median survival of 16 months in the RT group versus 3 months in the Non-RT group (log-rank test p < 0.048; hazard ratio (HR) for OS = 0.44; 95% confidence interval (CI): 0.18–1.00). Similar results were observed with respect to progression-free survival (PFS; log-rank test p < 0.016; HR for PFS = 0.34; 95% CI: 0.15–1.00).
Conclusion: Our results suggest that radiotherapy to bone metastases may improve ICIs efficacy in patients with bone metastatic NSCLC.
 
Keywords: abscopal effect, bone metastasis, bystander effect, immune checkpoint inhibitors, immunotherapy, non-small-cell lung cancer, radiotherapy

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Carlo Gribaudo: Maestro di Sport

Carlo Gribaudo

 
 IL QUADRETTO
 
Di: Gianni Romeo
 
Lo Sport
è una strada scivolosa
per chi la percorre
con superficialità,
Sport eguale Salute
è un “motto”
da intendere bene.
 
 
Come sempre, di buon mattino sfoglio un quotidiano prima di essere travolto dalle notizie-non notizie che televisioni e affini spareranno a zero senza darmi il tempo di pensare. Il giornale invece è lì aperto di fronte a me in attesa senza mettere fretta, nessuno si intromette se leggo qualche riga.  C’è una notizia che avrei preferito non trovare, si dice Logo Medicina Sportdella morte di un medico che conoscevo bene. Carlo Gribaudo, un uomo che ha dedicato tutta la sua professionalità e la sua attenzione a chi fa sport. È una strada scivolosa per chi la percorre con superficialità, sport eguale salute è un motto da intendere bene.
 
Carlo Gribaudo fin da giovane laureato aveva affiancato il professor Vittorio Wyss allo studio di un mondo che agli inizi degli Anni Sessanta era praticato spesso con il concetto del <fai da te>.  Era nato allora l’Istituto di Medicina dello Sport, una scommessa occuparsi di cose che non parevano di primaria importanza ma Wyss e Gribaudo avevano guardato lontano, la realtà aveva presto smentito gli scettici. Alla morte del Capo, un precursore, Gribaudo aveva assunto il comando delle operazioni, l’istituto diventava poco alla volta un’eccellenza della nostra città. Al giovane direttore si illuminava lo sguardo quando gli autobus che si fermavano all’ingresso dell’impianto aprivano le porte per far scendere decine di ragazzi e ragazze chiassosi in attesa di essere educati su una materia che era la loro vita futura, era laPancia Stadio TO conoscenza e il rispetto del proprio corpo.
E nei corridoi dell’Istituto, che grazie alla lungimiranza del Comune di Torino aveva poi trovato ampi spazi nella pancia dello Stadio Comunale, i giovani avevano anche l’occasione di incontrare famosi giocatori della Juve e del Toro, sciatori, corridori. Gribaudo aveva conquistato l’èlite dello sport grazie alla <sua> squadra, altri medici appassionati e competenti come Gian Pasquale Ganzit, Piero Astegiano, Gian Luigi Canata… Ora la legge della vita ci ha rapito un’altra delle persone colte e preziose che ci arricchiscono e ci sentiamo tutti più poveri.
 
Andiamo avanti nella lettura, ecco una pagina che sembra farci sorridere ma dopo il primo sguardo merita una profonda meditazione.
Corsa RobotCi racconta di una gara di corsa, una maratonina di 21 chilometri disputata a Pechino che ha messo in competizione atleti in carne e ossa insieme agli umanoidi o robot, se preferite.
 
Per fortuna hanno avuto la meglio <I Nostri>, un robot è scivolato in pezzi prima del via, un altro è partito troppo veloce ed è andato in tilt…Insomma l’intelligenza artificiale per ora ha trovato pane per i suoi denti.  Per ora.
 
E se un domani nemmeno troppo lontano invece di un Carlo Gribaudo che istruisce i giovani, le giovani, ci sarà un “severo ingegnere” che mette in fila per la corsa gli umanoidi?
 

 

Essere "caregiver" di un paziente oncologico anziano

Caregiver con anziano
 
LA SOFFERENZA
 

La malattia oncologica

è fonte di sofferenza

non solo per i pazienti,

ma anche per i loro familiari,

e in particolare

per i loro “caregivers”.

 

 Di: A. Faiello, C. Giraudi, S. Villa, M. Gonella

 1. INTRODUZIONE
La malattia oncologica è fonte di sofferenza non solo per i pazienti, ma anche per i loro familiari, e in particolare per i loro caregivers. Per caregiver si intende colui che si prende cura di un familiare affetto da qualche tipo di patologia, facendosi carico degli oneri assistenziali, sanitari, di comunicazione con l’équipe medica e di gestione degli spostamenti e delle necessità del paziente.
 
I pazienti oncologici possono sperimentare diverse problematiche relative ai sintomi fisici, possibile conseguenza della malattia e delle terapie, ai sintomi psicologici (ansia, depressione, paura, compromissione dell’immagine di sé), e ai cambiamenti esperiti nella vita privata e nella quotidianità (alterazioni nella sfera relazionale e sessuale, perdita di forza e fragilità generale) (Deshields et al., 2012). Allo stesso modo, la diagnosi oncologica e le problematiche da essa derivanti producono una ricaduta anche sui caregivers (Cai et al., 2021; Teixeira and Brandão, 2019), che si trovano a vivere  le problematiche del paziente oncologico “di riflesso”: queste, sommandosi alle difficoltà quotidiane legate ai compiti di  caregiving, portano, spesso, ad alti livelli di carico assistenziale (burden); circa il 62% dei  caregivers presentano i sintomi fisici e psicologici di quello che può essere definito come “high burden”, ovvero un elevato carico assistenziale (Deshields et al., 2012; Serpentini et al., 2021).
 
Caregiver e MedicoIn Italia, il carico assistenziale che pesa sulle spalle del caregiver può essere considerato ancora più gravoso rispetto a quello che si può osservare in altri Stati: infatti, fattori culturali predispongono il caregiver a occuparsi non solo dei compiti assistenziali, ma anche delle relazioni con lo staff sanitario e della scelta di quali informazioni condividere con il paziente circa la sua situazione di malattia; questi elementi, uniti alla difficoltà a prendersi cura della propria salute e al sovraccarico di informazioni fornite dall’ambiente sanitario, possono provocare elevati livelli di distress (Serpentini et al., 2021).
 
Allo stesso modo, i caregivers possono attraversare la dolorosa esperienza del lutto anticipatorio, rischiando di ritirarsi precocemente dal legame con il proprio caro, e sperimentare sintomi quali disturbi del sonno, immunosoppressione, declino cognitivo, affaticamento, dolore cronico, cambiamenti nell’appetito, ansia, depressione, emotività negativa, modificazioni in negativo delle abitudini salutari, disturbi gastrointestinali, cefalee, disturbi cardiovascolari e problematiche reattive alla morte del proprio caro, come il disturbo da lutto persistente (Cai et al., 2021; Teixeira and Brandão, 2019; Zavagli et al., 2012; Serpentini et al., 2021).Il fatto di trascurare la propria salute per dedicarsi aSonno disturbato quella del paziente, porta in molti casi a un abbassamento della qualità di vita e a una diminuzione della capacità di portare a termine attività quotidiane, la quale rappresenta uno svantaggio anche per il paziente (Serpertini et al., 2021). Inoltre, i caregivers possono riportare vissuti di ansia, rabbia, senso di ingiustizia verso la malattia, senso di colpa per il fatto di essere sani e perdita di senso di autoefficacia, emozioni che possono essere vissute come scomode e angosciose, e quindi allontanate (AIOM, 2017; Serpentini et al., 2021; Ochoa et al., 2020).
 
La ricerca dimostra che i familiari dei pazienti oncologici soffrono maggiormente rispetto ad altri tipi di caregiver di ansia e depressione, talvolta riportando livelli maggiori dei pazienti stessi; inoltre, assistere il proprio coniuge, o un altro familiare di sesso maschile con sintomi depressivi o una bassa qualità di vita, sembra aumentare il rischio di insorgenza di depressione nel caregiver (Serpentini et al., 2021; Ochoa et al., 2020; Cai et al., 2021; Adashek and Subbiah, 2020).

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Prendersi cura, affrontare la trasformazione e l'assenza: l’esperienza del caregiver in oncologia.

Spalla BN
 
IL CAMBIAMENTO
 
“Sento il peso
di dover tenere insieme tutto,
di dover conciliare
la malattia di mio marito
e le questioni lavorative.
Mi sono sempre imposta
nelle decisioni importanti,
mentre mio marito
si è sempre fatto trascinare.
Ora vorrei che qualcuno
potesse prendere le decisioni
al posto mio”.
 
Di: Claudia Lanza, Carola Grimaldi, Serena Villa, Sabrina Scuto,
      Martina Coppola, Giorgia Frunzi, Ludovica Giacalone, Marco Gonella
 
“Cosa cambierà in me diventando caregiver?”
Assistere una persona malata di cancro non è mai un compito leggero. L’assistenza può diventare un’esperienza profondamente stressante, con conseguenze significative sia sul piano psicologico che corporeo. Assumere il ruolo di caregiver, infatti, implica farsi carico di molteplici impegni pratici-assistenziali che possono variare nelle diverse fasi del percorso di cura. Alla diagnosi, il caregiver condivide con il paziente lo shock e l’angoscia iniziali, cercando risposte e informazioni, accompagnando il paziente nella ricerca frenetica di strutture e terapie adeguate, cercando di sostenerlo nell’iter degli approfondimenti diagnostici. Durante il trattamento, il caregiver si trova spesso a dover rivoluzionare la propria vita: può rinunciare al lavoro, ridurre le relazioni sociali e concentrare tutte le energie sull’assistenza (Bolis et al., 2008).
Il caregiver può doversi adattare a cambiamenti nell’interazione con sé e con l’altro e gli può essere richiesto di avere la capacità di comprendere e riflettere su tali stati mentali in trasformazione. Questa capacità, definita “mentalizzazione”, può risultare un fattore protettivo nell’esperienza di caregiving, tuttavia, è possibile che l’impatto di una diagnosi di tumore interferisca con tale capacità, facendo sì che la comunicazione degli stati d’animo venga evitata o distorta, rendendo più complesso per il caregiver pensare in modo flessibile ai propri e agli altrui vissuti.
 
Frequentemente la sofferenza dei pazienti e dei caregiver può manifestarsi attraverso una ridotta possibilità di regolare i propri stati emotivi e fisiologici (Schore, 2022).
Finestra Colori
È possibile che il profondo malessere psicologico conduca all’utilizzo di un funzionamento mentale in cui non si fa uso del linguaggio per esprimere il dolore, ma di espressioni psicosomatiche (Granieri et al., 2018). Le ricerche condotte su caregiver oncologici confermano una reazione fisiologica di attivazione in risposta ad uno stress acuto, già nelle prime fasi della malattia (Teixeira et al., 2019). In questo stato di allerta, può diventare difficile dare voce ai propri stati affettivi che dunque possono essere vissuti sotto forma di sintomi corporei: irritabilità, insonnia, difficoltà di concentrazione, palpitazioni (Granieri et al., 2018). La letteratura sul cancro definisce “traumatica” la condizione del caregiver impegnato nel difficile lavoro di integrazione ed elaborazione di emozioni come paure, ansie, disperazione, sensi di colpa, vergogna e rabbia per una diagnosi terribilmente ingiusta (Guglielmucci et al., 2018). I caregiver, quando incapaci di esprimere a parole gli intensi stati emotivi provati, possono adottare comportamenti di ritiro emotivo e sociale, con il rischio di ammalare la propria rete sociale e isolarsi. Tra le strategie più comunemente utilizzate, infatti, riscontriamo l’evitamento e la negazione di aspetti della realtà troppo dolorosi che talvolta possono condurre ad un ritorno a forme più primitive di funzionamento (Nesci & Squillacioti, 2013) con il tentativo di allontanare dalla mente emozioni connesse alla morte (Bonafede et al., 2020; Granieri & Borgogno, 2014).

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Anche l'immigrazione dovrà pagare dazio?

Guerra dazi

 
 
 
LO SCENARIO
 
 
La caotica situazione
dei mercati
provocata dalla cosiddetta
‘’guerra dei dazi‘’
rappresenta un evento
di portata storica…
 
 
  
Di: Luigi Giovannini
 
Non vi è dubbio alcuno che la caotica situazione dei mercati provocata dalla cosiddetta ‘’guerra dei dazi‘’ rappresenti, per la sua dimensione planetaria e per l’enormità dell’impatto economico in gioco, un evento di portata storica anche per la grande difficoltà di definirne i contorni, le finalità e soprattutto gli sviluppi.
La gran parte degli analisti (politologi, economisti, esperti di relazioni internazionali, ecc.) infatti sono d’accordo nel dire… anzi nel non dire: la situazione appare talmenteMercato globale complessa, contraddittoria nelle premesse e nelle possibili conseguenze, sorprendente nei continui cambiamenti delle variabili in gioco da rendere azzardato, per non dire impossibile, qualsiasi tentativo di abbozzare uno scenario evolutivo, fatta eccezione per lo sconvolgimento del commercio internazionale e delle regole che ne hanno garantito lo sviluppo ed il progresso negli ultimi 50 anni.
La cosiddetta ‘’globalizzazione’’, sviluppatasi a partire dagli anni Novanta, di certo cambierà faccia e contestualmente subiranno pesanti variazioni i fattori che ne hanno caratterizzato lo sviluppo ed in particolare il contributo dato alla riduzione della povertà e della fame nel mondo. Dalla metà degli anni Ottanta ad oggi il numero di persone che vive in condizioni di povertà estrema (con meno di 2 dollari di disponibilità giornaliera) è diminuita drasticamente: dal 42% della popolazione mondiale a meno del 10%, pur tenendo conto della crescita demografica. Questo andamento è stato fortemente alimentato dalla crescita economica di due grandi Permessi Residenzapaesi come Cina e India, che in pochi decenni hanno fatto uscire dalla povertà milioni di persone. In Cina, diventata grazie alla progressiva liberalizzazione del commercio internazionale la ‘’fabbrica del mondo”, si stima che la quota di popolazione che viveva con meno di due dollari al giorno sia passata dal 91% degli anni Ottanta all’uno per cento dei giorni nostri.
In India la riduzione della povertà ha avuto un andamento analogamente positivo: dal 63% al 10%. Al contrario nei Paesi dell’Africa subsahariana, che hanno beneficiato solo marginalmente della liberalizzazione del commercio internazionale, la situazione è rimasta purtroppo sostanzialmente invariata negli ultimi trenta/quarant’anni con circa il 40% della popolazione che vive ancora con meno di due dollari al giorno.

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La persona e l’ambiente: tra contaminazione ambientale e inquinamento psichico

Giardini 1
 
 
LA DOMANDA
 
 
Potrebbe essere
interessante chiedersi
cosa possa succedere
se il giardino
che abbiamo sempre coltivato,
che abbiamo annaffiato con cura
e sul quale abbiamo lavorato,
che raccoglie ricordi e memorie,
improvvisamente diventasse
un luogo poco sicuro.
 
 
Di: G. Francioso, G. Pitti, C. Grimaldi, M. Gonella
 
“So anche,” disse Candido, “che dobbiamo coltivare il nostro orto.” “Avete ragione,” disse Pangloss, “quando l'uomo fu posto nel giardino dell'Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo lavorasse; il che dimostra che l'uomo non è nato per il riposo”. “Lavoriamo senza ragionare”, disse Martino, “è l'unico modo per rendere sopportabile la vita.”
Introduzione
Voltaire chiude l’opera di Candido sostenendo che “dobbiamo coltivare il nostro giardino”. A questo proposito, potrebbe essere interessante chiedersi cosa possa succedere se ilVoltaire giardino che abbiamo sempre coltivato, che abbiamo annaffiato con cura e sul quale abbiamo lavorato, che raccoglie ricordi e memorie, improvvisamente diventasse un luogo poco sicuro, in cui l’equilibrio vacilla e la quotidianità viene compromessa? Se l’erba tutt’un tratto seccasse, se la terra ingrigisse, se piovesse polvere.
 
Quest’immagine potrebbe prestarsi nell’evocare con nitidezza alcune delle sensazioni che accompagnano la vita in un Sito Contaminato.
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) definisce “Sito Contaminato” tutte quelle aree di territorio in cui si evidenzia un’alterazione di suolo, sottosuolo o acque sotterranee, tale da costituire un pericolo per la salute (ISPRA, 2024). In ambito europeo è stata stimata la presenza di circa 342.000 siti contaminati, e solo il 15% di questi è sottoposto a interventi di risanamento ambientale.
 
In Italia, i Siti di Interesse Nazionale (SIN) sono 42. Alcuni tra questi sono la città di Casale Monferrato, Taranto, Biancavilla, Venezia (Porto Marghera). A livello Nazionale, la cartina che disegna i SIN evidenzia come questi siano presenti sull’intero territorio italiano, evidenziando la necessità di prestare attenzione alla salute fisica e psichica degli abitanti di queste città, in cui il confine tra zona sicura e pericolo è estremamente sottile. 
 
Interesse NazionaleViviamo circondati dall’ambiente, lo respiriamo, ne dipendiamo e al tempo stesso lo conserviamo dentro di noi, nei nostri sogni, conflitti, angosce, paure (Schinaia, 2021). Enrique Pichon-Rivière (1971) ha parlato di vinculo, proprio per sottolineare come la realtà esterna e quella interna non siano tanto elementi contrapposti, quanto entità intrecciate in una trama dialettica fitta di cambiamenti e discontinuità, mutamenti costanti di ciò che ci circonda (Schinaia, 2019, 2021). Tuttavia, ‘L’intimità affettiva’ (Schinaia, 2019) con l’ambiente circostante viene compromessa quando si individua nel proprio luogo di appartenenza la fonte di pericolo per la propria salute. Come sostiene Schinaia, e Searles prima di lui, non viviamo isolati in un ambiente asettico, ma l’ambiente “non umano” si intreccia alle nostre esperienze, impregna e colora i ricordi, ha odori, sapori e suoni, che si integrano e arricchiscono la narrazione delle memorie. Il luogo in cui nasciamo, viviamo, oppure cresciamo, impatta sulla percezione della nostra identità in quanto persone, questo perché l’ambiente lo teniamo a mente: le “cose” del mondo hanno una “risonanza psichica”, rappresentando sia una fonte di sicurezza, sia un ricettacolo di ansie e paure.

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Alcol e cancro

 
Salute e Vino
 
LO STUDIO
 
L’alcol
è riconosciuto
come sostanza cancerogena
dagli anni ’50
del secolo scorso,
anche se bere
una quantità giornaliera
moderata di alcol
non sembra essere pericoloso.

 

Di: Alessandro Comandone

      Sc Oncologia ASL città di Torino. Accademia di Medicina Torino

      Tiziana Comandone

     Farmacia Ospedaliera Ospedale Mauriziano Torino

 
RIASSUNTO
 L’alcol è riconosciuto come sostanza cancerogena dagli anni ’50 del secolo scorso. L’azione può essere di cancerogeno diretto non come alcol etilico, ma come metaboliti di primo e secondo livello quali acetaldeide e acetato.
Ma esistono anche azioni indirette mediate dal sinergismo con altri cancerogeni (benzopireni presenti nei cibi, catrami e prodotti della combustione del fumo di sigaretta) che vengono sciolti dall’alcol penetrando nei tessuti bersaglio. Ancora diversa è l’azione legata alla trasformazione del microbiota intestinale da alcol con predisposizione ai tumori del colon o alla iperproduzione di estrogeni ectopici per aumento dell’attività dell’aromatasi, responsabili di tumori della mammella.Alcol danni
L’epidemiologia dei tumori da alcol è dunque molto ampia: coinvolge gli organi digestivi alti (cavità orale, orofaringe, ipofaringe, laringe) l’esofago cervicale e toracico, il fegato (in associazione a epatiti da virus o da aflatossine), il pancreas e la mammella.
La cancerogenicità da alcol è legata al profilo clinico e genetico del paziente, alla dose quotidiana di alcol assunto, dagli anni di assunzione e dalla concentrazione alcolica delle bevande normalmente assunte. Seguendo le indicazioni dell’OMS bere una quantità giornaliera moderata di alcol (125 cc di bevanda è equivalente a 30 g/die) non sembra essere pericoloso. Vanno invece evitati gli eccessi e gli abusi.
 
ABSTRACT
Alcohol is well known cancerogenic agent, not as a direct agent (ethylic alcohol is not carcinogenic) but as a metabolic derivate (acetaldehyde and acetate). Many different actions are recognised: synergism of alcohol with cigarette smoking products as benzopyrene; the interaction with procancerogenic agents in foods as aphlatoxins, increased action of hepatitis viruses, augmented production of estrogens from the aromatase producing tissues. Many cancers are related to alcohol consumption: head and neck cancers, oesophageal tumours, liver and pancreatic carcinomas, breast cancer. Alcohol can determine cancers promotion in reason of the daily dose, the alcohol concentration, the years of drinking. A daily quantity of 30g is accepted by WHO as normal diet introduction in an adulthood without comorbidities.
 
INTRODUZIONE
Dagli anni 1950 è stato riconosciuto un rapporto causale tra consumo di alcol e cancro. Gli organi più predisposti a una trasformazione oncologica dopo consumo eccessivo di alcol sono la cavità orale, il faringe, l’esofago, il fegato, il colon retto e le mammelle. (1,2)
Alcol  FumoPurtroppo, l’importanza dell’alcol come cancerogeno è sottostimata, anche se, sin dal primo storico studio di Doll e Peto (1) l’alcol è stato identificato come uno dei più importanti cancerogeni dopo il fumo di tabacco, le infezioni croniche e il sovrappeso. Dopo le aflatossine, l’alcol è il fattore assunto con l’alimentazione maggiormente responsabile per tumori umani. (3, 4)
In questo nostro articolo cercheremo di spiegare l’eziopatogenesi dei tumori secondari all’uso dell’alcol e descriveremo i tumori più comunemente correlati all’impiego degli alcolici. (1, 2, 3, 4)

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"Caregiver in Oncologia" Aspetti pratici dell'assistenza al paziente oncologico

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L'AGGIORNAMENTO

Sono più di tre milioni in Italia.
Qualcuno li chiama
“il popolo degli invisibili”.
Eppure ci sono!
Ogni giorno si prendono cura
dei propri familiari,
di un amico, di un’amica.
Con termine anglosassone  
li chiamiamo CAREGIVER,
ma detta all’italiana
sono coloro
che ti “accompagnano
nel percorso di cura”.
Sono quelli che si prendono cura.
 
 
 
IL MANUALE DEL CAREGIVER
 
Edizione 2025
è stato realizzato da
ROPI - Rete Oncologica Pazienti Italia
GITR - Gruppo Italiano Tumori Rari
Fondazione AMOP - Piacenza
 
 Logo Ropi 
2020LogoGITRPiccLogo AMOP Pic
 

A cura di:

Luigi Cavanna, Alessandro Comandone, Stefania Gori, Fabrizio Nicolis
 
Le nuove diagnosi di cancro aumentano ogni anno e aumentano ogni anno i numeri di coloro che vivono dopo aver avuto una diagnosi di tumore: sono ormai in Italia circa 4 milioni. Queste persone sono assistite da un caregiver: un familiare, un amico.

Ma cosa devono sapere i caregiver che assistono un paziente oncologico? Cosa devono fare? Come devono comportarsi di fronte ai vari sintomi che un paziente può presentare?

Questo Manuale, molto pratico, vuole rispondere alle tante domande che ogni caregiver si pone, per migliorare l’assistenza che i caregiver possono offrire alle persone malate di cancro, ma anche per stare vicino ai caregiver, che con altruismo, amore e passione svolgono un lavoro importante e insostituibile nella quotidianità di questa malattia.
 
 

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