Il gruppo in oncologia: funzioni terapeutiche e esperienze cliniche nella pratica multidisciplinare

LA SINERGIA
Il termine gruppo deriva
dalla parola germanica kruppa,
che significa nodo, groviglio, rete.
Il gruppo può esser pensato
come un intreccio vivo
di relazioni, un nodo
che tiene insieme le storie,
gli affetti e i pensieri di più persone.
Di:
Claudia Lanza, Ginevra Galimberti, Marco Miano, Francesca Arvizzigno,
Carola Grimaldi, Martina Guglielmino, Marco Gonella
Il gruppo può esser pensato come un intreccio vivo di relazioni, un nodo che tiene insieme le storie, gli affetti e i pensieri di più persone (Foulkes, 1948; Neri, 2004).
Sin dalla nascita l’essere umano si trova all’interno di un gruppo: la famiglia, il primo ambiente che accoglie e dà forma (Winnicott, 1965); da quel momento in poi, ogni esperienza di incontro accompagna nella costruzione dell’identità.
Il gruppo, in questo senso, è una condizione umana fondamentale: è il luogo dove si impara a esistere con gli altri (Bion, 1961). Tuttavia, non sempre l'intreccio relazionale che caratterizza il gruppo è facilmente abitabile: in momenti di particolare crisi, come l'esperienza della malattia, la rete di legami che fino a quel momento aveva garantito coesione può essere percepita come troppo stringente, fino a ostacolare i processi di differenziazione, oppure perdere la propria capacità contenitiva e andare incontro a processi di frammentazione.
Le funzioni terapeutiche del gruppo nel tempo della cura oncologica
Nel contesto della cura oncologica, le dinamiche gruppali diventano luogo di risonanza emotiva e di intreccio relazionale. La malattia introduce nella vita delle persone una frattura profonda, che mette alla prova la capacità di pensare, di regolare le emozioni e di restare in contatto con gli altri (Gonella et al., 2025, Borgogno et al., 2015; Ambrosiano, 2020). Chi si ammala può sperimentare sentimenti di vulnerabilità, impotenza e angoscia di fronte ai limiti imposti dalla realtà, con ricadute sulla qualità della vita e sulla salute psicofisica (Hammermüller et al., 2021; De Couck & Gidron, 2013). Anche i familiari vivono un coinvolgimento intenso, spesso accompagnato da senso di colpa, rabbia, paura e lutto anticipatorio (Granieri et al., 2018; Treml et al., 2021), mentre per i professionisti l’esposizione continua alla sofferenza può tradursi in stress emotivo e burnout (Potter et al., 2010; Braun et al., 2022).

Il gruppo che viene a costituirsi nel tempo della cura tra pazienti, familiari e caregiver può configurarsi come un autentico spazio di condivisione, elaborazione di vissuti dolorosi, contenimento e sostegno e può emergere come risposta istituzionale e comunitaria alla condizione di incertezza, di perdita di controllo, di isolamento emotivo e sociale (Li et al., 2024). È importante che questo spazio venga vissuto non come una barriera rigida, ma come un confine affettivo e permeabile che offra sicurezza e al tempo stesso permetta lo scambio: all’interno del gruppo, ogni partecipante deve potersi sentire accolto e riconosciuto, ma anche libero di differenziarsi e di crescere, senza perdersi. Incontrare altre persone che vivono un’esperienza simile, inoltre, aiuta a scoprire che ognuno, pur nella propria storia, può comprendere qualcosa dell’altro (Kaës, 2015). Attraverso l’ascolto e la presenza reciproca, ciò che è confuso o doloroso, i vissuti traumatici, che tendono a esprimersi attraverso il corpo, possono essere trasformati in pensiero e parola (Bion, 1961; Kaës, 2007, Borgogno, 2000). In questo modo la sofferenza diventa parte di una storia che può essere pensata, narrata e non subita (Winnicott, 1971).
È un contesto che permette di dare parola a ciò che la malattia porta con sé, trovando negli altri non solo ascolto, ma anche risonanza e vicinanza (Neri, 2004). Sentendosi riconosciuti e riconoscendosi negli altri, ogni partecipante può elaborare ferite che hanno una storia antica, modelli relazionali rigidi e disfunzionali, paure, angosce, desideri attuali, sperimentando al contempo nuove modalità di entrare in relazione. Il gruppo diventa così non solo un luogo di condivisione, ma “una presenza nella mente delle persone” (Neri, 2021), un campo riflessivo collettivo, in cui la molteplicità degli sguardi consente una visione più ampia e complessa di sé.
Non è necessario avere le parole giuste: nel gruppo ci si può semplicemente raccontare, o anche solo esserci (Winnicott, 1965): le parole possono trovare spazio ma anche il silenzio ha valore (Kaës, 2010). Spesso ciò che all’inizio sembra indicibile, nel gruppo prende una forma nuova, più leggera e più vicina alla vita (Neri, 2004). Quando questo accade, il gruppo assume una funzione terapeutica e la sofferenza, da vissuto solitario, diventa esperienza umana condivisa.La presenza di uno psicologo nel gruppo oncologico
A fronte dell’intensità dei vissuti che attraversano il gruppo in contesto oncologico, la presenza di uno psicologo che vigili sui transiti emotivi diventa essenziale perché il gruppo possa restare vivo e pensante. Lo psicologo diventa partecipante e osservatore allo stesso tempo, stando “fuori e dentro” al gruppo (Ambrosiano, 2022). Dentro, perché condivide la vita del gruppo, ne percepisce le emozioni, ne abita il clima affettivo; fuori, per riuscire a mantenere uno spazio interno capace di pensare e trasformare ciò che accade, anche quando il dolore minaccia di sommergere tutto. Condurre o partecipare a un gruppo, infatti, è un’esperienza densa e sfidante, in quanto porta al confronto con
vissuti collettivi intensi, che spesso generano disorientamento o frammentazione (Neri, 1989). A volte, infatti, il gruppo sa essere accogliente e solidale, altre volte circolano vissuti che spaventano o confondono e si può reagire chiudendosi, cercando protezione, oppure fuggendo da ciò che spaventa. Affinché l’attacco o la fuga non diventino le uniche risposte possibile di fronte alla sofferenza, ma si avviino movimenti trasformativi ed evoluzioni terapeutiche, è fondamentale che lo psicologo diventi testimone dei segnali di rottura, di chiusura o di rigidità, continuando a pensare anche nei momenti di maggiore intensità emotiva (Bion, 1970).
vissuti collettivi intensi, che spesso generano disorientamento o frammentazione (Neri, 1989). A volte, infatti, il gruppo sa essere accogliente e solidale, altre volte circolano vissuti che spaventano o confondono e si può reagire chiudendosi, cercando protezione, oppure fuggendo da ciò che spaventa. Affinché l’attacco o la fuga non diventino le uniche risposte possibile di fronte alla sofferenza, ma si avviino movimenti trasformativi ed evoluzioni terapeutiche, è fondamentale che lo psicologo diventi testimone dei segnali di rottura, di chiusura o di rigidità, continuando a pensare anche nei momenti di maggiore intensità emotiva (Bion, 1970).Un’esperienza diretta: il gruppo “Alimentazione e stili di vita nel Trattamento Oncologico” presso l’Ospedale San Giovanni Bosco
Presso l’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, la S.C. Oncologia promuove dal 2010 gruppi di supporto rivolti a pazienti oncologici e ai loro caregiver, concepiti come spazi di confronto, condivisione e sostegno. I gruppi sono condotti da un’équipe multiprofessionale,
composta da psicologi, infermieri, dietisti e assistenti sociali, e sono orientati a favorire una gestione più consapevole e partecipata dell’esperienza di malattia. Pazienti e caregivers hanno l’opportunità di affrontare insieme le sfide legate al percorso oncologico, con particolare attenzione ai temi dell’alimentazione, degli stili di vita sani e del benessere, integrando aspetti informativi, relazionali ed emotivi in un contesto di ascolto e supporto condiviso.
composta da psicologi, infermieri, dietisti e assistenti sociali, e sono orientati a favorire una gestione più consapevole e partecipata dell’esperienza di malattia. Pazienti e caregivers hanno l’opportunità di affrontare insieme le sfide legate al percorso oncologico, con particolare attenzione ai temi dell’alimentazione, degli stili di vita sani e del benessere, integrando aspetti informativi, relazionali ed emotivi in un contesto di ascolto e supporto condiviso.Riportiamo di seguito un estratto degli scambi tra i partecipanti al gruppo, che consentono di cogliere, attraverso l’esperienza diretta, le fondamentali funzioni di ascolto, elaborazione, comprensione e trasformazione che si attivano e prendono forma all’interno del contesto gruppale.





















