Umberto Pizzi: sessant’anni di vita italiana

LA CARTOLINA
Di: Augusto Frasca
Effettuato
con lo scrupolo
di un entomologo,
il segno del suo passaggio
nel giardino zoologico
dell’umanità
era inequivocabile:
la foto.
Effettuato con lo scrupolo di un entomologo, il segno del suo passaggio nel giardino zoologico dell’umanità era inequivocabile: la foto.
Alla sua scomparsa, da poco avvenuta a
Roma, sembra che nell’archivio di Umberto Pizzi la raccolta fotografica, frutto di una carriera anagraficamente invidiabile conclusa a 88 anni, ammonti a oltre due milioni di immagini, una raccolta mai confezionata con l’atteggiamento del giudice, bensì da catalogatore di un’umanità fatalmente condizionata ed esposta, nei momenti meno gratificanti, dalla propria notorietà.
Roma, sembra che nell’archivio di Umberto Pizzi la raccolta fotografica, frutto di una carriera anagraficamente invidiabile conclusa a 88 anni, ammonti a oltre due milioni di immagini, una raccolta mai confezionata con l’atteggiamento del giudice, bensì da catalogatore di un’umanità fatalmente condizionata ed esposta, nei momenti meno gratificanti, dalla propria notorietà.Attento, curioso, solerte, pronto ad accorrere in quelle che la blesa retorica del momento definisce location, le tante che un incontrollabile porto di mare qual è la capitale offre sistematicamente al prossimo con generosa opulenza – dalle zone popolari del centro storico, tuttavia meravigliosamente vissute di ceto e di censo, a quelle considerate di alta residenza, dai Monti Parioli all’Appia antica – mai consideratosi paparazzo secondo la sbrigativa
definizione nata dalla bocca di Marcello Mastroianni nella felliniana Dolce Vita, coscienzioso, imparziale nell’individuazione delle proprie ‘vittime’, l’uomo di Zagarolo fu quasi sempre l’uomo giusto nel momento giusto.
definizione nata dalla bocca di Marcello Mastroianni nella felliniana Dolce Vita, coscienzioso, imparziale nell’individuazione delle proprie ‘vittime’, l’uomo di Zagarolo fu quasi sempre l’uomo giusto nel momento giusto.Ricevimenti istituzionali, assise parlamentari, convegni politici, banchetti di nozze aperti alla migliore società, funerali, tutto, per Umberto Pizzi, fra contesse e finte tali, fra Gianni Agnelli e Bettino Craxi, Romano Prodi e Mario Monti, Mike Jagger e Richard Burton, attrici da avanspettacolo o star di prima grandezza colte in estasi alcolica, era territorio di conquista.
Roma, certo, conosciuta alla perfezione da un vicolo all’altro e da un’ambasciata all’altra, sede privilegiata, ma non solo, nulla fermando, né una dogana né un inflessibile passaggio aereoportuale, lo spirito, la curiosità professionale di un esploratore di anime colte dallo spietato obbiettivo di una Nikon.Questo era, nella sua semplice, elementare, incrollabile filosofia, il fotografo Umberto Pizzi. E il miglior necrologio, nel giorno della scomparsa, dall’alto delle sue infinite esperienze professionali, gli è giunto da un autentico fotografo d’assalto, dal vecchio collega e avversario Rino Barillari, il King dei paparazzi.






















