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PRIMA PAGINA 2018 - N. 4
 
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PRIMA PAGINA ARCHIVIO

A Michele

     Il tuo sguardo arguto,

     la tua velata ironia,

     il tuo entusiasmo,

     la tua precisione certosina,

     la tua professionalità nata da 60 anni di lavoro,

     il tuo amore per il rombo dei motori,

     la tua passione per la parola scritta,

     la tua critica puntuale ma sempre gentile,

     la tua generosità,

     la tua amicizia…

     Ci mancheranno.

Grazie Michele per tutto quanto hai saputo darci.

                                                                 Alessandro

Michele Fenu ci ha lasciati, "Ciao Michele"


Michele Fenu
 
 
UN AMICO E UN PROFESSIONISTA
DEL GIORNALISMO E DEL VOLONTARIATO
 
Michele Fenu ci ha lasciati,
ma di lui ci è rimasta un’impronta
concreta ed appassionata per il GITR
 
Nella vita, io credo che una professione come il giornalismo, se abbinata a ruoli sociali come il "volontariato", dia alla stessa un valore aggiunto, poiché l’esperienza del divulgare e comunicare può raggiungere una estesa platea di fruitori, caratteristiche queste che hanno completato la vita professionale ed umana di Michele Fenu, scomparso recentemente dopo un periodo di malattia.
 
Il suo tratto di penna ed il suo eloquio tra l’ironico e il diplomatico hanno attirato l’attenzione del mondo del volontariato proprio in ambito sanitario, tanto da portarlo a dirigere il periodico Cardiopiemonte dell’associazione Amici del Cuore e la redazione del nostro sito GITR (Gruppo Italiano Tumori Rari).
 
Nel corso della sua professione Michele è stato un grande narratore di tutte le realtà riguardanti le quattro ruote e i motori per il quotidiano La Stampa, e anche in pensione continuava a collaborare firmando “pezzi” prestigiosi, dando ai protagonisti quella autorevolezza che meritavano in Italia e nel mondo.
 
Personalmente ho conosciuto Michele solo qualche anno fa, quando è entrato a far parte del GITR, al quale ha dato subito “un’impronta” non solo professionale, ma anche di grande dedizione nella condivisione delle finalità associative, creando articoli e “sollecitando” noi tutti "collaboratori" a produrne per far meglio conoscere la realtà dei Tumori Rari.
 
Il suo sollecitare, pacato e cortese, denotava immedesimazione e capacità di valutazione di ciò che doveva essere pubblicato, e ciò con un acume che gli era proprio, ma al tempo stesso riconoscendo con molta umiltà la poca “dimestichezza” con la materia medica da divulgare, avvalendosi quindi delle collaborazioni di tutti noi: lo staff del direttivo e gli autori sanitari che gli proponevano articoli, compresi i miei di collega giornalista, tutto questo in sintonia con il nostro esperto informatico.
 
Colmare il vuoto lasciato da Michele non sarà facile, ma io credo che ricordarlo ad ogni riunione GITR e in qualche futuro articolo possa essere di sprone per tutti noi e doveroso nei confronti dei suoi famigliari.
 
                                                                                            Ernesto Bodini

Addio a Marchionne, il fumo non fa distinzioni

Marchionne
 
 
IL PERSONAGGIO
 
È stato ricordato in questi giorni
Sergio Marchionne,
Ad di FCA e
presidente della Ferrari,
grande  protagonista
del salvataggio di Fiat e Chrysler
e imprenditore
che ha onorato l’Italia.
 

 

Di: Michele Fenu
 
Nato in Abruzzo nel 1952 e scomparso in luglio nell’Ospedale Universitario di Zurigo, era definito un genio dell’auto. Ma si sa che il fumo non distingue tra Vip e persone comuni  provocando conseguenze che si perdono nel tempo.
 
CENTO SIGARETTE CENTO
 
Molti anni fa, diciamo intorno al 2004, ero davanti all’ingresso del Cobo Center, il palazzo del Motor Show di Detroit, succhiando una caramella perché fumare era proibito. Si ferma una berlinona e ne scende un uomo grande e grosso con una sigaretta spenta in mano. Si guarda attorno, gli manca un accendino e, allora, con piglio deciso si rivolge a un poliziotto di guardia. <Fammi accendere> gli intima. Non dimenticherò mai il viso stupefatto dell’agente, che rimane in silenzio. L’uomo alza le spalle e si infila nel Salone, seguito da un gruppetto di persone.
E allora lo riconosco: è Sergio Marchionne, il manager italo-canadese destinato a salvare la Fiat e che in quel gelido gennaio era ai primi passi come amministratore delegato nella straordinaria impresa di creare un’azienda  mondiale, capace di evitare il fallimento, di concludere una fusione con la Chrysler e di trasformarsi in una top leader dell’automobile addirittura con la spinta di Obama e poi di Trump. Come avrei potuto immaginare che questo visionario personaggio sarebbe, purtroppo, mancato improvvisamente nell’estate scorsa quasi al termine di un’opera di risanamento industriale senza pari?
 
Figlio di un maresciallo dei carabinieri abruzzese emigrato in Canada, tre lauree, di cui una in filosofia, il vezzo di indossare sempre e solo un maglioncino nero, nessun interesse per la mondanità, Marchionne era un manager determinato,  lucido e intuitivo, che traduceva i sogni in realtà, incantando General  Motors, Chrysler e l’America. Un genio nel suo campo, duro e generoso insieme, con la passione per la Ferrari di Formula 1. Ma anche, e questo con il senno di poi è davvero stupefacente data l’intelligenza dell’uomo, un recordman del  fumo, capace, sussurravano nel suo staff, di fumare fino a 100 sigarette al giorno.

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I tumori del cuore: l'analisi di A. Comandone

Dott Comandone

 
 
L'ANALISI
 
Oncologia e Cardiologia
talora possono incontrarsi.
 
Lo fanno
pochissime volte:
 
i tumori primitivi
del cuore
sono molto rari.

 

Di: Alessandro Comandone
 
 
 
EPIDEMIOLOGIA
I tumori primitivi del cuore sono molto rari. L’incidenza annuale è di 0,02 casi/100.000 abitanti/anno, con una prevalenza di 0,0017-0,0028%. Naturalmente, si tratta di eventi che rientrano nella sfera del GIRT (Gruppo Italiano Tumori Rari) chiamato a impegnarsi in un settore specialistico assai delicato. Come presidente del Gruppo, insieme con i colleghi, dobbiamo affrontare problematiche importanti, a partire dalle diagnosi, e qui ci troviamo di fronte a una neoplasia che è addirittura rara nella rarità.
Circa 2/3 dei tumori di cuore e pericardio sono istologicamente benigni e solo il restante terzo di neoplasie ha una istologia maligna. I tumori secondari sono invece più frequenti e possono derivare da organi diversi: carcinomi polmonari per diffusione ematogena o per invasione per contiguità, carcinomi della mammella e melanomi. Le metastasi rappresentano oltre il 50% di tutti i tumori cardiaci.
 
TR CuoreTra quelli primitivi il più comune è il mixoma, istologicamente benigno, prevalentemente localizzato nell’atrio di sinistra.
I tumori maligni primitivi più frequenti sono i sarcomi: sarcomi pleomorfi indifferenziati, angiosarcomi e rabdomiosarcomi, questo definito istotipo pediatrico, anche se si può riscontrare nella popolazione adulta.
I linfomi primitivi e secondari e i mesoteliomi del pericardio rappresentano le restanti forme di tumori primitivi.
Non si registra una differente incidenza tra maschi e femmine, mentre l’età di maggiore incidenza delle forme primitive è la 5° e 6° decade di vita. Da rilevare che non esistono dati relativi a una specifica eziologia di questi tumori primitivi del cuore. Non vi è correlazione con fattori di rischio genetico o ambientale e dunque la causa di questa neoplasia rimane oscura.

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Un organo al giorno: la Cute, la nostra prima protezione

Martirio sBartolomeo 

LA PREVENZIONE
 
La cute o pelle copre 
organi più delicati
che potrebbero
facilmente lesionarsi,
 
ma non per questo
è indistruttibile!
 
 
 
 
È importante l'attenzione e lo scrupolo di ogni persona
verso la propria pelle, con comportamenti responsabili e diligenti:
provvedere ad esaminare periodicamente le dimensioni, la forma,
l'integrità, il colore e la consistenza dei propri nevi.

Di: Davide Deangelis 

…NON SOLO QUESTIONE DI PELLE
 
Ammirando un’opera d’arte così vasta e complessa come la Cappella Sistina, alcuni particolari pittorici possono sfuggire ad un occhio disattento, per cui non a tutti potrebbe essere nota l’immagine che evoca il martirio di san Bartolomeo. Michelangelo, con quel connubio di maestria ed irriverenza, che lo ha reso immortale, lo ritrae nell’atto di esibire, in segno di trofeo e monito, la pelle di cui è stato spogliato per mano dei suoi carnefici.
 
La scena è profondamente suggestiva e non può che essere l’ennesima dimostrazione dell’inavvicinabile superiorità artistica del Pittore per la difficoltà tecnica del soggetto dipinto. La pelle, privata del suo contenuto, non può che essere un rivestimento floscio ed informe, di cui si stenta a riconoscerne il senso. Un cuore espiantato da un corpo in determinate condizioni può seguitare a palpitare e mantiene una sorta di causa sui, ma la pelle no. Eppure il suo ruolo è quanto mai prezioso ed insostituibile, ed i suoi rimandi simbolici profondi ed antichi. Prima barriera contro gli agenti atmosferici, difesa aspecifica verso organismi patogeni, rivestimento di protezione da insulti esterni, strumento di conservazione del calore, nonché meccanismo di identificazione del confine corporeo e distinzione del sé, la pelle, definita in anatomia cute, è un organo, il più esteso del corpo umano, che contribuisce alla costituzione dell'apparato tegumentario. Essa ha la funzione del tetto di un edificio, senza il quale nessuna casa si potrebbe considerare terminata e funzionale, né per quanto solide fossero le sue fondamenta potrebbe resistere alle offese delle intemperie. Tanto metaforicamente importante è il tetto, che, per sineddoche -quella figura retorica che utilizza una parte per il tutto- esso rappresenta la casa stessa, come si riconosce nella toponimia di molti agglomerati di sparute case disperse nella collina torinese (Tetti Piatti, MelanomaTetti Ronco, Tetti Martoglio...). Tetto e tegumento derivano dal verbo latino tegere, coprire, per nascondere alla vista e dal pericolo, e quindi proteggere.
La pelle dunque copre e ricopre organi più delicati che potrebbero facilmente lesionarsi, ma non per questo è indistruttibile: nonostante il suo spessore, la sua capacità rigenerativa, la sua proprietà di assorbire gli urti, nonché l'acidità che riveste come un film continuo lo strato più superficiale, l'epidermide, in grado di dissuadere l'attacco di microrganismi, rendendone inospitale l'habitat, essa può essere soggetta ad aggressioni, che producendo una sua soluzione di continuità la espongono a danni ed infezioni mitotiche, batteriche e virali. 

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"Voci" del Novecento - Fabrizio De Andrè, voce di Genova


Logo Voci 900aPonte crollato
 
 
 
LA RUBRICA
 
 
“Come tutte
le più belle cose,
vivesti solo un giorno,
come le rose”
 
...Un’estate è passata.

 

 
 
A cura di: Ferdinando Garetto 
 
Sarà difficile dimenticare le immagini di questa estate 2018.
Genova, ferita. Le voci sommesse, ma forti, tipiche dei suoi abitanti, che spesso hanno dovuto e saputo ricominciare. I morti, i feriti, i senza casa... Il pianto delle famiglie sparse in tutta Italia e unite da un unico straziante dolore. La straordinaria solidarietà civile, dei vigili del fuoco, degli operatori sanitari, delle comunità. E anche tante voci di rabbia più o meno sincera, urlate, spesso a sproposito, quasi sempre nel momento inopportuno da parte di chi per primo avrebbe dovuto accorrere, accudire, affrontare con gesti concreti un’emergenza nazionale e politica. Quei momenti in cui tanti hanno dimostrato concretamente quanto fosse più importante un operoso silenzio.
 
E ancora una volta, il bisogno di “voci” capaci di esprimere la gente, le storie, le sofferenze.
 
Dedichiamo questa breve pagina di “Voci del ‘900” a Genova e a chi spesso ha saputo coglierne e trasmetterne la “voce”, o meglio ancora “l’anima”:
Fabrizio De Andrè.
 
“Genova per me è come una madre.
È dove ho imparato a vivere.
Mi ha partorito e allevato fino al compimento del trentacinquesimo anno di età: e non è poco, anzi, forse è quasi tutto..
Oggi a me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suoi carruggi,
gli esclusi che avrei poi ritrovato in Sardegna,
le graziose di via del Campo. I fiori che sbocciano dal letame”
                                                                                         (Fabrizio De Andrè)

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Heloisa Dunshee De Abranches: l'ultima compagna di Sabin

Heloisa Dunshee 2

 
 
IL PERSONAGGIO
 
 
Heloisa Dunshee
De Abranches,
 amorevole dedizione e
sostegno nella continua lotta
contro la poliomielite 
al fianco di Albert Bruce Sabin
 
 
 
 
Di: Ernesto Bodini
 

Solitamente ci ricordiamo (doverosamente) di personaggi illustri quando ci lasciano dopo aver vissuto un’esistenza dedita alla professione per il bene dell’umanità, ma quasi mai delle persone che hanno condiviso la propria vita con loro, con amore e particolare dedizione. È il caso di Heloisa Dunshee de Abranches (nella foto, 1917-2016), terza moglie di Albert Bruce Sabin (1906-1993).

Nata a San Paolo in Brasile, figlia più giovane di Antonia Augusta e Clodod Dunshee de Abranches, si trasferì ancora giovane a Rio de Janeiro, dove si laureò in Giurisprudenza, ma senza aver mai esercitato l’attività forense. A 21 anni sposò Aryaman Jardin ed ebbe due figli: Eduardo Sergio e Carlos Eduardo. Si separò a 34 anni e andò a lavorare al Jornal do Brasil, uno dei più importanti quotidiani della nazione. E in Brasile nel 1971 incontrò Albert Sabin in occasione di un ricevimento in suo onore. Lo scienziato a quel tempo era già riconosciuto per aver realizzato il vaccino antipolio, ma continuava le sue ricerche proprio in Brasile. Si sposarono a New York nel 1972, una unione che ha visto Heloisa (di dieci anni più giovane) al suo fianco negli affetti e negli impegni di lavoro e di relazioni istituzionali. Per un certo periodo vissero in Israele dove Sabin era presidente del Wiesmann Institute; in seguito tornarono negli Stati Uniti stabilendosi di volta in volta in diverse città. 

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"Le Parole che Curano" - Meglio soli... o no?


Logo Parole che Curano 5Bambini assieme
 
 
 
 
LA RUBRICA
 
 
MEGLIO SOLI
...O NO
 
 
“se vuoi arrivare primo
corri da solo;
se vuoi arrivare lontano
cammina insieme”

 

A cura di: Davide Deangelis
 
La traccia emotivamente più interessante ed intellettualmente stimolante proposta quest'anno alla prova d'Italiano dell'esame di maturità è stata forse quella riguardante il concetto di solitudine, attraverso l'analisi letteraria ed artistica di vari autori. Un tema suggestivo che ha attraversato secoli e culture, incontrando sia favori, che dissensi, rivestendosi di connotazioni ora positive, ora negative, dimostrando in tal modo un'ampiezza ed una pregnanza di senso, pari solo alla sua continua sollecitazione. Per la profondità antropologica del suo significato, che ha assunto sfumature diverse nel corso del tempo, per l'accezione attuale, carica di richiami all'individualismo neo-liberale, e per il profumo della sfida nel cimentarsi con un argomento culturalmente elevato, proveremo a soffermarci su questa parola fondamentale per la storia umana.
 
Apprezzare e ricercare la solitudine significa scegliere di appartarsi dalla moltitudine e -per quanto consentito- il più durevolmente possibile dalla frequentazione Maturadi altri esseri della propria od altrui specie, senza con ciò assumere un atteggiamento di chiusura o rifiuto assoluto verso di essi. Amare la solitudine significa desiderare di stare da soli, senza temere i silenzi che colmano il trascorrere del tempo, né gli indugi nostalgici o la minaccia del tedio, ma profittando di essi perdersi in meditazioni, riflessioni e contemplazioni che possano essere arricchenti per chi li esperisce.
La congettura, la cogitazione e l'elucubrazione più seria e nobile possono realizzarsi più agevolmente in questa condizione solitaria ed in questo stato di rapporto esclusivo con se stessi, come ci insegna la poetica leopardiana e la sua vicinanza con gli insegnamenti di Epitteto. È, questa, l'interpretazione più “eroica” della solitudine, quella dei protagonisti dei poemi omerici, che lontano dalle battaglie riflettono sulle sventurate vicende dei mortali, oppure della risonanza compiuta dal pensiero dei filosofi classici, Stoici in particolare, che dischiuse la via all'ascetismo, pagano prima e cristiano poi, collocandolo e strutturandolo nella vita monastica. Di questo allontanamento volontario e deliberato dal consesso umano abbiamo una testimonianza filosofica in Seneca nelle lettere a Lucilio, quando asserisce che la saggezza si ottiene divenendo sordi ai rumori del mondo: scostarsi da essi e da chi incessantemente li produce, ne può favorire l'impresa. 

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Un'esperienza operativa verso la sensibilità per il dolore

Asfalto e Fiore
 
 
L'ESPERIENZA
 
Nell’affrontare il tema
della sofferenza
fisica e psicologica
non vi sono confini.
 
Risultano però
sempre fondamentali
l’intraprendenza
e la concreta
partecipazione collettiva.

 

Di: Luigi Giovannini

Tempo fa sono stato invitato a far parte, come membro esterno, del comitato COSD dell’ospedale Gradenigo. Inutile dire che fui colto di sorpresa, non tanto per l’invito di per sè, quanto per il fatto che effettivamente si trattava e si tratta di materia completamente avulsa dalla mia conoscenza ed esperienza professionale. È vero che mia moglie, scomparsa 3 anni or sono, era medico (non ospedaliero), ma personalmente sono di formazione economica e mi sono sempre occupato di gestione aziendale. Insomma tutt’altra cosa. Tuttavia accettai l’invito, perchè ad una richiesta di aiuto e collaborazione da persone che stimo e alle quali sono riconoscente, non si può e non si deve dire di no e poi perchè pensai che se era necessario un membro “esterno”, di certo rispondevo ai requisiti.
 
Cominciai con la titubanza, ma anche con la curiosità e la motivazione del neofita, cercando anzitutto di capire di che cosa si trattava. Il COSD è l’acronimo di “Comitato Ospedale Senza Dolore” e nella denominazione vi è riassunta la sua finalità, ossia il miglioramento del processo assistenziale specificatamente rivolto al controllo del dolore di qualsiasi origine. La sua costituzione, per iniziativa del Ministero della Salute in accordo con le Regioni, risale al 2001 e mirava a correggere e migliorare, con un approccio sistematico a livello nazionale, una carenza sensibilizzata e percepita nel trattamento del dolore a cominciare dal personale medico che era tendenzialmente portato a ritenere il dolore un aspetto secondario rispetto alla patologia di base, a cui rivolgere l’attenzione prioritaria; e questo per ricaduta aveva ovviamente ripercussioni consequenziali su tutto il personale coinvolto nel processo assistenziale, sia in ambito ospedaliero che extra-ospedaliero. Per contro è stato scientificamente dimostrato come il dolore sia fortemente invalidante dal punto di vista non solo fisico, ma anche emotivo e sociale. 

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