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Enrico Caruso, "Tenore del Secolo"

Enrico Caruso

 
 
 
LA CARTOLINA
 
Di: Augusto Frasca
 
 
A cento anni dalla morte 
Nacque a Napoli.
Era il 1873.
Morì nel 1921, in piena estate.
Aveva quarantotto anni. 
                 
 
 
 
 
Era tornato nella città d'origine per morirvi. Ne era partito venti anni prima offeso da una sciagurata recensione apparsa su un quotidiano locale dopo un'esibizione al San Carlo. Tra il 1897 e il 1899 emerse sui principali palcoscenici italiani ed europei. Nel 1903 esordì al Metropolitan di New York. Era il 23 novembre: fu chiamato al bis della "Donna è mobile" dal Rigoletto. I pubblici del Met reclamavano un dominatore: li accontentò, confermandosi per 863 recite. Potenza vocale e pienezza espressiva ne fecero un mito intoccabile.
Le prime incisioni discografiche, per sua e nostra fortuna, non lo colsero impreparato: solo dei Pagliacci, fra il 1904 e il 1907, venne stampato un milione di copie.
Ingaggiato dai teatri di mezzo mondo, ebbe al fianco i più grandi soprani del tempo, Rosa Ponselle, Claudia Muzio, Nellie Melba, Lina Cavalieri. Insieme con Rodolfo Valentino, fu il primo italiano cui la famosa Walk of Fame di Hollywood fece spazio con la stella dorata.
Caruso CostumeDi passaggio a Sorrento, soggiornando nello stesso albergo che aveva ospitato decenni prima il tenore, Lucio Dalla gli dedicò uno dei suoi brani più toccanti. 
L'asteroide 37573 ne riporta il nome.  Gli è intitolato un cratere del pianeta Mercurio.
Molti anni dopo la morte l'industria discografica ne consacrò l'eccezionalità assegnando nel 1975 e nel 1993 i Grammy Award a due registrazioni, Vesti la giubba del 1907 e Celeste Aida del 1908. Malgrado le precarietà tecnologiche dell'epoca, ne sono giunti inalterati la bellezza del timbro e la nobiltà del fraseggio.
Nel 1916, al Metropolitan, durante una recita della Bohème, l'ampiezza del registro vocale gli consentì un'impresa rimasta unica nella storia della lirica: voltando le spalle al pubblico, cantò in sostituzione del collega cui era improvvisamente venuta meno la voce nella celeberrima aria per basso Vecchia zimarra. Al consenso immediato del pubblico in sala succedette l'incredulità generale quando del fatto venne rivelata la titolarità della voce. 
A raccogliere la sfida, presente alla recita, una eccentrica miliardaria. Invitò nei suoi saloni i dubbiosi e pregò il tenore, con un compenso presumibilmente adeguato alla straordinarietà dell'episodio e alla fama dell'interprete, di ripetere il fenomenale exploit, cosa che avvenne puntualmente. Di quell'episodio singolare esiste un documento sonoro, la masterizzazione effettuata dall'originale 78 giri dell'epoca e realizzata nel 1994 dalla Nimbus Records Limited, che spiega l'episodio e riporta l'interpretazione.
Nel 1909, il cantante italiano aveva subito un'operazione alle corde vocali.
Un anno avanti la morte, ebbe la Caruso 1910prima emorragia. Non riuscì a chiudere la registrazione dell'Otello verdiano. Ne resta tuttavia un brano memorabile, recuperabile dall'infinito serbatoio dei motori di ricerca informatici, il duetto “Sì, pel ciel marmoreo giuro, drammatico svelamento della perfidia di Iago”, nell'incrocio mirabile con un'altra immensa voce, quella di Titta Ruffo Cafiero, forse il più grande baritono del ventesimo secolo.
 
Enrico Caruso è sepolto al Cimitero di Santa Maria del Pianto, a pochi metri da un altro grande napoletano, il principe Antonio De Curtis, Totò. 
 

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