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"Le Parole che Curano" - Ma lo sai che sei "empatico"


Logo Parole che Curano 5DavidedeAngelis
 
 
 
LA RUBRICA
 
 
Empatia,
un concetto
che nasce
dalla drammaturgia
greca
 
 
A cura di: Davide Deangelis
 
 
MA LO SAI CHE SEI EMPATICO!!!
 
Quali sono i sentimenti, gli atteggiamenti, le disposizioni d'animo ed i convincimenti che traspaiono dall'altisonante “I care” affermato frequentemente da Obama durante il suo mandato ed il superbo, risoluto e perentorio “Me ne frego” assunto come motto del regime fascista? E ancora, che cosa distingue e differenzia il discorso tenuto da Kennedy, il celebre Ich bin Berliner, all'indomani dell'erezione del Muro e le irriguardose dichiarazioni di Trump contro gli immigranti?
Al di là di ogni considerazione politica e di ogni valutazione morale, prescindendo da ogni giudizio di valore, dalla contestualizzazione storica e dalla formazione culturale, le analisi di sociologi e psicologi sociali si soffermano su due aspetti salienti: l'universalità di un messaggio, ossia la sua capacità di bussare al cuore degli ascoltatori, perché in grado di abbattere le barriere che si frappongono tra emittente e ricevente, e la ricaduta educativa che parole comprensive, solidali, rassicuranti ed “umane” possono rivestire. In altre termini, quali caratteristiche deve possedere un discorso che sappia leggere le emozioni degli uditori, facendole vibrare, risuonando nelle parole di chi lo pronuncia e di che qualità umane deve disporre colui che intenda perseguire tale obiettivo comunicativo. Si parla a tal proposito di empatia, o meglio di una sua declinazione in ambito politico. Ma che cosa è esattamente l'empatia, quali sono le sue origini e quali le sue attuali e potenziali applicazioni? Il termine viene fatto risalire storicamente all’alveo della drammaturgia greca e nella trasmissione orale dei miti e delle epopee della tradizione omerica.
Con esso si intendeva la capacità degli attori di immedesimarsi nell’emozioni e nelle vicende dei personaggi di cui erano interpreti. Il lemma “empatia” èSocrate infatti composto dalle parole εν e παθεία, rispettivamente “dentro” e “sentimento” nella sua accezione di sofferenza, patimento. Occorre precisare che la sofferenza per gli antichi non racchiudeva una connotazione completamente negativa: attraverso il dolore l’uomo determinava la sua grandezza, misurava il suo valore; esso rappresentava un viatico per raggiungere la conoscenza e la saggezza. 
Da Socrate allo Stoicismo, il patimento sussume una valenza etica ed epistemica: l’uomo valoroso e virtuoso, rimane tale proprio quando affrontava le minacce, i tormenti e le sofferenze della vita; Παθήματα μαθήματα (i patimenti sono insegnamenti) si legge in Esopo, si ritrova in Eschilo e tale concetto giunge, trasfigurato, nel Cristianesimo attraverso il termine “passione”.
 
Esistono due celebri testi che esplicano esaurientemente il rapporto che intercorre tra l’interiorizzazione e la comprensione del proprio dolore e la compartecipazione emotiva di quello altrui: Charles Moeller in Saggezza greca e paradosso cristiano e Pierre Hadot in Esercizi spirituali e filosofia antica riescono a delineare il substrato psicologico e culturale da cui prenderà l’abbrivio la futura riflessione sull’empatia, affrontando l’analisi di passi fondamentali della letteratura classica. Da queste prime considerazioni emerge l’importanza che il ruolo della narrazione riveste per esplicitare i sentimenti dei personaggi e soprattutto quanto sia terapeutica per chi scrive, perché oltre a consentire la verbalizzazione delle emozioni, permette all’autore di immedesimarsi, di rivivere nelle figure narrative da lui formulate. 
EmpatiaSotto questo rispetto devono essere collocate le affermazioni di Hemingway circa la veridicità emotiva che uno scrittore può trasmettere nelle sue opere, previa la sperimentazione in prima persona delle vicende narrate e la sua consapevolizzazione interiore. Ciò tuttavia non significa che occorra rivivere tutte le esperienze a cui si intende dar voce letteraria perché si correrebbe un rischio identitario, che da un lato rasenterebbe la schizofrenia, dall’altro potrebbe precipitare in una deriva morale, quando raccontasse vicende di devianza, come offerto dalla critica alle opere di Vollmann inerenti alla violenza ed alla prostituzione: sarebbe come sostenere che Hugo abbia necessariamente esperito le stesse penose vicende in cui incorre Jean Valijan ne I miserabili! La letteratura deve essere imitazione, mimesi della vita, non totale rispecchiamento, pena l’autenticità dell’autore che diviene vittima dei propri personaggi. Essere empatici non prevede dunque l’annullamento del proprio Io, il suo annichilimento in favore di una completa sovrapposizione ed adesione identitaria dell’altro, significa comprendere il suo vissuto ed i suoi bisogni, che cosa egli intenda davvero esprimere con il suo corpo e le sue parole, senza pregiudizi, preconcetti o precomprensioni.

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