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ARMSTRONG, SUL TUMORE LA VERA VITTORIA

   
 
La vera grande vittoria del ciclista americano Lance Armstrong è stata quella sul cancro (tumore ai testicoli). Una sfida combattuta con determinazione e coraggio tanto da farne un simbolo.
Peccato che la sua attività di campione delle due ruote si sia conclusa amaramente per doping.
 
La vicenda umana e sportiva di Lance Armstrong ci ha colpito un po’ tutti facendo scrivere fiumi di articoli e diffondere migliaia di immagini sui media mondiali. Come può un campionissimo delle due ruote trasformarsi da eroe capace di battere anche un tumore in un corridore che ha fatto del doping l’arma in più per trionfare? È un interrogativo che rimane senza risposta o, meglio, ne propone molte: ricerca della notorietà, del denaro, il timore di essere superato da rivali spregiudicati in un ambiente inquinato a livello generale. E c’è anche chi sostiene che se l'atleta, come tutti gli altri che hanno vinto truffando, va condannato,  l’uomo ha una scusante in più: era psicologicamente più fragile. Combatteva non solo per vincere, ma per dimostrare a se stesso e agli altri che poteva ancora farcela dopo una malattia .
 
Non staremo qui a ricordare tutta la storia. Ci basti sottolineare che Armstrong, classe 1971, professionista dal 1992 al 2011, aveva conquistato per sette volte consecutive il Tour de France (record nella storia della corsa francese) dal 1999 al 2005, ma queste vittorie – come tutti i  risultati ottenuti dal 1º agosto 1998 alla fine della carriera, tra cui anche la medaglia di bronzo vinta nella prova a cronometro ai Giochi della XXVII Olimpiade del 2000 – sono state revocate dall'UCI e dal CIO tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 in seguito a un'inchiesta condotta dall'United States Anti-Doping Agency (USADA), che ha accertato in tale periodo il sistematico utilizzo di pratiche dopanti (Epo, testosterone, corticosteroidi) da parte dell’americano e della sua squadra, l'US Postal.
 
Ma quanto è accaduto non può cancellare quanto è avvenuto <prima>, la sua vera grande vittoria contro l’avversario più insidioso, il cancro, la sua determinazione e, soprattutto, la sua straordinaria opera di esempio (<Se c‘è riuscito lui, posso provare anch’io>), divulgazione e supporto ai malati. Armstrong aveva scoperto di avere un tumore ai testicoli nel 1996, a 25 anni. Dopo un biennio di sofferenza e di cure pesantissime (per metastasi al cervello e ai polmoni), nel ’98 il ciclista texano si è sentito dire dai medici: <Lei ha sconfitto il tumore>. Ha ripreso l’attività, ma non si è dimenticato di chi aveva una patologia simile alla sua. Ha creato la Lance Armstrong Foundation, ha sostenuto associazioni di pazienti in tutto il mondo, ha collaborato con istituzioni oncologiche esistenti. Ha promosso la "World Cancer Declaration" e la Dichiarazione sulle malattie non trasmissibili emanata dalle Nazioni Unite. Tutto questo non viene cancellato dalle accuse di doping, ma Armstrong resta un esempio in cui tante persone si sono identificate trovando la motivazione e la forza per andare avanti.
 
Il corridore texano, secondo molti oncologi, è riuscito a dare voce agli adolescenti malati di tumore. Per loro e i giovani adulti ha cambiato la storia. Grazie a lui sono usciti dal cono d’ombra, si sono sentiti liberi di parlare della propria malattia, hanno avuto più grinta nell’affrontarla. Ma sono gli stessi giovani che in palestra o nelle gare sportive rischiano di assumere sostanze illegali, dopanti, per essere al vertice. E allora, il modello luminoso rimane tale? Le opinioni sono contrastanti. Però, doping o no, Armstrong resta un esempio valido: si è rialzato, è tornato alla sua normalità, a correre. Ha sbagliato? Certamente, ma tornare alla normalità vuole anche dire tornare a sbagliare. Un uomo a due facce. Ricordiamo almeno quella buona.
 
                                                                                                 M.FE

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