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"Le Parole che Curano"...soltanto parole?


Logo Parole che Curano 5Mani e Finestra
 
 
 
LA RUBRICA
 
IL POTERE DELLE PAROLE:
NON MURI
MA FINESTRE
SULLA FRATELLANZA
 
Accoglienza,
ascolto, cura, speranza
nella comunicazione oncologica
 
A cura di: Davide Deangelis
 
 
...PAROLE, PAROLE, PAROLE..."SOLTANTO" PAROLE?
 
Chi percorre ogni giorno i lunghi corridoi degli ospedali, tra la fretta degli operatori sanitari e la preoccupazione di malati e famigliari, sente indistintemente pronunciare ora dagli uni, ora dagli altri, parole che appartengono all'ambito medico, la cui origine semantica è abitualmente ignorata o sottovalutata. Al di là dei termini tecnici, spesso confusivi per chi non è tra "gli addetti ai lavori" e che con risolutezza definisce spregiativamente come "medichese" -quando in realtà tale incomprensibilità è comune ad ogni scienza, perchè dotata di un linguaggio specifico e pertanto oscuro ai più- nella pratica medica vengono utilizzati vocaboli, pregni di significato, che costituiscono le fondamenta della relazione umana, quali accoglienza, ascolto, cura o speranza.
Se a volte i referti degli esami diagnostici sembrano viziati di impenetrabilità quando ricorrono ad espressioni desuete o ultraspecialistiche o addirittura talmente ricercate da sfiorare l'autoreferenzialità, ad onor del vero essi sono un tentativo di raggiungere la massima precisione e nobilitare le "nefandezze" corporali: una vescica vuota è più elengantemente depleta, un intestino regolare è più dignitosamente un alvo canalizzato e se dovessimo descriverne i rumorosi movimenti di dantesca memoria (!) forse è opportuno definire come clangorosa la peristalsi. Ma sono altri i termini che vorremmo analizzare.
 
In tutte le strutture ed i presidi ospedalieri dotati di reparti di oncologia, secondo le normative regionali, deve essere presente un primo riferimento per pazienti e famigliari circa l'assistenza e l'orientamento del percorso diagnostico e terapeutico, denominato Cas (Centro accoglienza servizi). In questo acronimo sono racchiuse due parole che, se soppesate, evocano rimandi quasi evangelici di fratellanza, umanità e carità.
Accogliere significa accettare senza pregiudizi l'altro in difficoltà, riceverlo metaforicamente (e non) nella propria casa, aprendogli le braccia e, rassicurandolo, condividere un frammento di vita, un'emozione, un progetto. Accogliere l'altro non vuol dire scegliere e quindi fare delle disparità di trattamento, significa andare incontro a chi ha bisogno, senza indugio: "perchè ho avuto fame e mi avete dato da mangiare [...] ero straniero e mi avete accolto [...] malato e mi avete visitato..."(Mt 25,35-44)
Ma l'accoglienza non è un momento fine a se stesso, autoconclusivo, puntuale e definitivo: è l'inizio di una storia, l'incipit di un romanzo più complesso ed articolato che vuole l'assunzione di una responsabilità, di un impegno, di un servizio.
A differenza del termine accoglienza, servizio ha origini più umili essendo connesso alla parola servo, tuttavia pur avendo conservato un senso poco aristocratico, con l'abolizione della schiavitù ha perduto tale accezione denigratoria e squalificante per accedere ad un livello semantico superiore, acquisendo il significato di essere utile, essere di beneficio, recare aiuto a qualcuno. Il termine servire dà immediatamente l'idea dell'agire, dello sporcarsi le mani per aiutare, di disporsi, apprestarsi, prepararsi e mettersi in prima linea per portare a termine il proprio mandato. E quando ci si dedica con diligenza ai propri doveri, si adempie il proprio compito, assolvendolo, allora potremmo usare anche il termine accudire, dispiegando con esso l'ampio capitolo della cura, del prendersi cura e del curare chi non può provvedere a se stesso: bambino, malato, anziano.
Servizio, assistenza, cura rappresentano i tre capisaldi delle professioni d'aiuto, integrando alle quali la fiducia del paziente, si forma quella solida base del "tetragono relazionale" su cui poggiare i futuri interventi terapeutici. Quando la Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta propose l'istituzione del Cas probabilmente aveva ben presente la grevità di tale parole, che richiamano medici ed infermieri ad un attivismo ed una partecipazione intensa e dedita al fine di congiungere efficacemente gli studi e le medicherie alle sale d'attesa. A proposito, sarebbe più corretto definirle sale s'attesa e non d'aspetto, perchè in quegli spazi coloro che devono essere convocati per un colloquio, attendono, ossia si sporgono in avanti per vedere se arriva qualche camice bianco in loro soccorso, sono in tensione per il colloquio che devono affrontare, non si limitano ad aspettare, cioè a guardare reiteratamete di qua e di là gli eventi che si consumano attorno a loro.
Le parole hanno una grande importanza, possono essere finestre oppure muri, lo sanno bene coloro che studiano comunicazione e gli psicoterapeuti. Le parole giuste, pronunciate nel momento giusto e con il tono giusto possono salvare, come insegna uno dei più noti psichiatri italiani Eugenio Borgna. In oncologia negli ultimi anni si studia l'effetto benefico della comunicazione della diagnosi, delle proposte terapeutiche, della prognosi: viene definita taking care ed ha meritato diversi approfondimenti in molti congressi. “Le parole possono curare”, quando sono autentiche e ponderate, non locuzioni vuote, ripetute come intercalari del silenzio. Saper comunicare con un malato significa fargli un dono: il dono dell'ascolto, del proprio tempo, del proprio silenzio.
Le parole non volano via, se non nelle relazioni contrattuali: un tempo quando si dava la propria parola, si giurava sul proprio onore, ed era sacra. Come sacro fu il Verbo, il Logos che si donò agli uomini, insegnando loro a prendersi cura gli uni degli altri. Anche prima di allora gli uomini si ammalavano e si curavano tra di loro, come possiamo desumere dall'episodio di Euripilo e Patroclo narrato nell'Iliade, che è forse la prima decrizione della relazione d'aiuto, ma è nella parabola del Buon Samaritano dove emergono tutti gli aspetti della cura. Non per nulla il termine parola deriva da parabola, ed in quella servitù volontaria, usando le parole del filosofo De la Boetie, è nato il concetto stesso di medicina.
Le parole sono fondamentali: per gli Antichi l'arte somma era la poesia, in quanto, etimologicamente, opera composta dall'uomo e precipua dell'essere umano e Calliope la Musa più potente ne era la protettrice. Le parole possono curare o ferire, possono unire o dividere.
Oltre ai nuovissimi farmaci ed alle sempre più sofisticate tecnologie, il medico e l'infermiere dispongono di uno strumento antico ma non desueto, consunto ma ancora potente: il dialogo con il malato. Non dimentichiamolo.
 
"Una parola muore appena detta, dice qualcuno. 
Io dico che solo in quel momento comincia a vivere."
 
                                                      Emily Dickinson
 

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